Esegesi Marco 12, 18-27 (Controversia sulla resurrezione dei morti)
Per Marco, come già abbiamo detto nei post su codesto Vangelo, per le traduzioni e l’esegesi ci
basiamo sempre sulle osservazioni di Camille Focant nel suo commentario “IL VANGELO
SECONDO MARCO” Cittadella Editrice – Assisi (2015) e riportiamo la sua traduzione dal greco,
per le pericopi che analizziamo.
18 E vengono presso di lui dei sadducei, i quali dicono che non c'è resurrezione, e lo
interrogano, dicendo:
19 «Maestro, Mosè ha scritto per noi: se il fratello di qualcuno muore e lascia a una moglie e
non lascia figli, che suo fratello prenda la moglie e che susciti una discendenza a suo fratello.
20 C'erano sette fratelli. E il primo prese moglie, e morendo non lasciò discendenza.
21 E il secondo la prese e morì senza lasciare discendenza. E il terzo lo stesso.
22 E i sette non lasciarono discendenza. Ultima di tutti, anche la moglie morì.
23 Alla resurrezione, [quando risorgeranno], di quale di loro sarà la moglie? Poiché i sette
l'hanno avuta (per) moglie».
24 Gesù disse loro: «Non è (forse) per questo che siete nell'errore, non conoscendo le Scritture
né la potenza di Dio?
25 In effetti, quando si risorge dai morti, né ci si sposa, né si è sposati, ma si è come angeli nei
cieli.
26 Ora, riguardo ai morti, (il fatto) che risorgano, non avete letto nel libro di Mosè, al roveto,
come Dio gli parlò dicendo: Io (sono) El di Abramo e El di Isacco e El di Giacobbe? (1)
27 Non è un Dio di morti ma di vivi. Siete grandemente nell'errore».
Come anche Giuseppe Flavio conferma, i Sadducei (a differenza dei Farisei) non credevano
nella resurrezione: il corpo (che comprendeva l’anima) moriva definitivamente e non c’era
(secondo essi) resurrezione.
Quindi quando i sadducei chiamano Gesù “Maestro”, è certamente una presa in giro in quanto
lo interrogano su una cosa che per loro non è scritta nella Legge.
La loro domanda, suddivisa in tre parti
(una citazione del Deuteronomio al v 19, il racconto di un caso vv 20-22, la domanda
propriamente detta v 23) sottolinea l’aspetto burlesco che essi intendono dare, rafforzato
dall’epiteto “Maestro” che ne accentua il tono sarcastico.
La regola del levirato scritta da Mosè, obbligava il cognato a sposare la moglie del fratello morto
senza figli, per garantirgli una discendenza. Leggiamo infatti in Dt 25,5- 10:
5 «Se dei fratelli staranno insieme e uno di loro morirà senza lasciare figli, la moglie del defunto non si sposerà fuori, con uno straniero; suo cognato verrà da lei e se la prenderà per moglie, compiendo così verso di lei il suo dovere di cognato;
6 e il primogenito che lei partorirà porterà il nome del fratello defunto, affinché questo nome non sia estinto in Israele.
7 Se quell'uomo non vuole prendere sua cognata, la cognata salirà alla porta, dagli anziani, e dirà: "Mio cognato rifiuta di far rivivere in Israele il nome di suo fratello; egli non vuole compiere verso di me il suo dovere di cognato".
8 Allora gli anziani della sua città lo chiameranno e gli parleranno. Può darsi che egli persista e dica: "Non voglio prenderla".
9 In questo caso, sua cognata gli si avvicinerà in presenza degli anziani, gli leverà il calzare dal piede, gli sputerà in faccia e dirà: "Così sarà fatto all'uomo che non vuole ricostruire la casa di suo fratello".
10 La casa di lui sarà chiamata in Israele "La casa dello scalzo".
I sadducei non citano esattamente il comandamento, ma fanno un rimando associato alla regola (Dt 25,7 – vedere sopra) e alla sua applicazione (Gn 38,8, in cui Giuda ordina a suo figlio Onan di unirsi a Tamar, la vedova del fratello primogenito Er, per compiere il dovere di cognato (levirato) e assicurare una discendenza al defunto).
Ulteriore aspetto burlesco e grottesco che i sadducei sottintendono implicitamente è che, se Mosè avesse creduto nella resurrezione dei morti, non avrebbe scritto una regola così puntuale e precisa, visto che – come dice Gesù – una volta risorti si è come angeli e nessuno prende più né marito, né moglie.
L’intreccio, in questo dialogo, gioca su tre punti di vista:
1. innanzitutto, l'assenza di resurrezione secondo i sadducei,
2. poi l'idea di resurrezione che essi a torto attribuiscono a Gesù,
3. infine, la vera concezione di quest'ultimo.
Gesù li rimprovera per due volte del loro «errore» (vv. 24 e 27). Però non è semplice cogliere in profondità in che cosa esso consista: solo l'esame del ragionamento sviluppato da Gesù può permettere di comprenderne la natura. Il suo ragionamento si sviluppa in due argomenti:
1. il primo è un commento della resurrezione (v. 25),
2. il secondo riguarda il fatto stesso della resurrezione fondato sulla Scrittura (vv. 26-27).
Sul modo della resurrezione (v. 25) l'obiezione dei sadducei sarebbe valida solo se la resurrezione stessa implicasse il prolungamento oltre la morte delle relazioni coniugali che hanno corso in questo mondo.
Ora, secondo Gesù, non è così.
L’aldilà non è puro prolungamento della vita presente, ma è, per la potenza di Dio, qualcosa di totalmente nuovo. Tale è il senso profondo del paragone con la figura angelica, da leggersi come attestazione del fatto che la realtà futura sarà discontinua rispetto alla presente.
Nella resurrezione si tratta essenzialmente delle relazioni umane con Dio: anche le relazioni familiari fondamentali, vengono relativizzate rispetto all'alleanza con Dio, che ha la priorità su tutto, e che viene evocata da Gesù attraverso le figure dei patriarchi.
Nel contesto del libro dell'Esodo Dio si dichiara il Dio dei patriarchi, anche se, al tempo di Mosè, evidentemente questi sono già morti.
L’effetto della dichiarazione è innanzi tutto quello di collocare Mosè in una storia della salvezza cominciata molto prima di lui.
In base al modo in cui il testo viene utilizzato in Marco, lo si può interpretare in due sensi, a seconda che il v. 27 venga considerato come una conclusione o come una premessa.
Nel primo caso, Gesù si baserebbe su un'idea diffusa e attestata da molti testi della tradizione ebraica, secondo la quale i giusti – i cui prototipi sono i patriarchi - non restano imprigionati nello sheol, ma vivono in Dio nel giardino celeste delle anime. Ma i sadducei non potevano accettare queste aggiunte della tradizione, in quanto nuove rispetto alla Torà.
In base alla seconda interpretazione il v. 27 costituisce il punto di partenza del ragionamento: Dio «non è un Dio di morti ma di vivi». Ciò non sarebbe più vero se i patriarchi di cui egli si dice Dio fossero definitivamente morti. Come dire, «Se Abramo è morto per sempre, l'aiuto che Dio gli assicurava chiamandosi "Dio di Abramo" non è stato altro che una presa in giro. Abramo quindi deve rivivere. Ne va della fedeltà di Dio alla sua promessa di salvezza. Il testo non precisa se i patriarchi siano già vivi in Dio, oppure se siano destinati alla resurrezione.
Ma non lascia il minimo dubbio sul fatto che “la fede nella resurrezione” è un'implicazione della fede in Dio e, per essere precisi, in un Dio dei vivi. Dubitare di ciò significa dubitare della potenza di Dio, come se il potere della morte fosse più grande di quello di Lui.
Ed è appunto ciò che Gesù rimprovera ai sadducei al v. 24: non conoscono le Scritture né la potenza di Dio, se pensano che la morte possa renderla inoperante. È più grande di quanto la loro lettura delle Scritture permetta loro d'intravedere.
Questa denuncia di un errore non tocca solo il v. 25, ma tutto l'insieme dei vv. 25-27. Gesù comincia col neutralizzare la strategia dei sadducei che vogliono creare confusione: essi intendevano ridicolizzare la resurrezione dei morti rinchiudendola in una mera continuità con la vita terrena e questo vuoi dire non conoscere la potenza di Dio capace di novità e fedele all'alleanza e alle promesse. I sadducei credevano di poter parlare di resurrezione senza parlare di Dio, ma cadono in un profondo errore (v. 27).
Privata del rapporto con un Dio dei vivi e non dei morti, la Scrittura può diventare essa stessa lettera morta.
Questa terza controversia a Gerusalemme è l'ultima di quelle provocate a turno dalle autorità religiose giudaiche con l’eccezione della discussione che prosegue nella pericope successiva all'attuale, su iniziativa di uno scriba che ha la particolarità di non essere lontano dal Regno di Dio. Ma questo lo vedremo in seguito.
Dio sia benedetto, nei suoi Angeli e nei suoi Santi.
(1) Focant traduce: “il Dio” al posto di “El”, ma El era una divinità cananea sopra tutte le altre (es. El Elyon – El che
sta più in alto), ed è il nome con cui Dio di presenta ad Abramo (El Shadday -El della montagna). Isacco costruirà
“Bet-El” (non Bet-YHWH), nel luogo dove El gli ha parlato. Pertanto, è stato lasciato l’originale ebraico da Esodo
3,15: “Il libro dell’Esodo”, interlineare EDB, 2016.

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