Esegesi Giovanni 14, 1-12

 Sia lodato Gesù Cristo.

Abbiamo già detto alcune volte che l’interesse di Giovanni Evangelista, espresso già nel prologo del IV Vangelo, è evidenziare la natura divina di Gesù, il Messia (mashàh = l’unto, = christòs = Cristo), il Figlio di Dio.

Figlio di Dio non secondo il Salmo 2, che vede un Messia umano che diviene figlio “generato” da Dio all’atto della “nomina” a Messia, ovvero con l’unzione, ma Figlio generato, non creato, preesistente prima della Creazione, dunque, dall’eternità.

Fin dall’eternità vi è un unico Dio, cioè UNA sola natura divina, sostanza ed essenza, in TRE diverse ipostasi (con il significato di persona): la persona del Padre, la persona del Figlio, la persona dello Spirito Santo.

Solo il Figlio, con l’incarnazione, assume anche la natura umana; dunque, in Cristo vi sono due nature: divina e umana, due volontà, divina e umana, ma una sola persona: la persona del Verbo divino, ovvero il Figlio-Dio, che per volere del Padre – o meglio, del piano Trinitario – essendo vero Dio ha assunto anche la natura umana divenendo quindi, anche vero uomo.

Perché? Perché era necessario per la nostra salvezza: ciò che infatti è assunto, è salvato. Quindi il Verbo ha assunto un corpo umano, una volontà umana, un’anima umana (o meglio: lo spirito di vita che Dio ci dona, che ha anche funzioni di anima): Gesù di Nazaret(h).

Questo è, in estrema sintesi, il succo della Teologia Trinitaria.

Veniamo ora al succo del Vangelo di Giovanni: oltre a quanto sopra citato nel prologo, Giovanni essenzialmente ci descrive Gesù come:

·         Acqua viva

·         Luce del mondo

·         Pane di vita

·         Buon pastore,

·         Porta

·         Colui che dona la vita e la dona in abbondanza

·         Via, Verità e Vita

Nel precedente Cap. XIII, che culmina con l’ultima cena e la lavanda dei piedi, in cui Cristo ci dà l’esempio della diaconia, ovvero del servizio ai fratelli, abbiamo l’annunzio della sua dipartita ed un primo accenno al discorso testamentario del successivo capitolo, qui introdotto con il comandamento dell’Amore.

E veniamo ai primi dodici versetti del capitolo XIV, oggetto della lettura di domenica 3 maggio 2026.

L’inizio del capitolo XIV di Giovanni è caratterizzato dal cosiddetto “DISCORSO DI ADDIO”: Gesù va e poi ritornerà.

Il “discorso di addio” è considerato un vero e proprio genere letterario, a sé stante, inserito nel genere letterario “VANGELO” che lo racchiude.

È un discorso testamentario, una tipologia cara sia ai giudei che ai greci, un discorso quindi di “lascito” agli eredi, quindi ANCHE A TUTTI NOI.

Vediamo i messaggi principali racchiusi nei primi 12 versetti letti:

·         Vado a prepararvi un posto

·         Quando vi avrò preparato un posto

o   verrò di nuovo

o   vi prenderò con me, perché dove sono io, siate anche voi.

·         E del luogo dove io vado, conoscete la via.

La Via, è Gesù stesso, PORTA verso i pascoli erbosi.

·     La domanda di Tommaso è una delle varie domande che i discepoli hanno posto e porranno a Gesù nel IV Vangelo:

o   ricorda molto la domanda di Filippo: “Da dove prenderemo il pane…”

o   Tommaso chiede come possano (essi) conoscere la via se non sanno il luogo dove Gesù andrà

·    Gesù dà la risposta partendo dalla Via: la Via è Egli stesso, PORTA verso il Padre: solo tramite Gesù si arriva al Padre. Vedere, conoscere, significa AVER FEDE: aver fede in Cristo significa aver fede in DIO.

·  Filippo: eccolo che risalta fuori con la domanda della fede ancora immatura: Filippo non comprende la spiegazione testé fatta da Gesù e taglia corto: “Mostraci il Padre e ci basta”. Hai detto niente, caro Filippo, che siamo tutti noi, quando la fede nell’ordinario non ci è sufficiente per credere: siamo sempre alla ricerca di un segno, magari un miracolo, e andiamo alla ricerca di Dio nel tal posto, nel tal altro…dimenticando che SE IL PADRE FOSSE IN CIELO, GLI UCCELLI DEL CIELO CI STAREBBERO DAVANTI. SE IL PADRE FOSSE NEL MARE, I PESCI DEL MARE CI STAREBBERO DAVANTI…Dio è presente in ogni tabernacolo, nella Chiesa vicino casa nostra.

·      Io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non credete che io sono nel Padre e il Padre è in me, credetelo almeno per le opere che compio. È una affermazione molto triste, che Gesù già aveva rivolto ai Giudei nel passo Gv 10, 37-38:

o   37 Se non compio le opere del Padre mio, non credetemi;

o   38 ma se le compio, anche se non volete credere a me, credete almeno alle opere, perché sappiate e conosciate che il Padre è in me e io nel Padre».

Ora Gesù rivolge questa stessa domanda a Filippo, cioè a tutti noi: è da tanto tempo che sono con voi e non mi avete (ancora) conosciuto?

·   Chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio……perché io vado dal Padre».

Sia lodato Gesù Cristo.



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